In questi lunghissimi e noiosissimi pomeriggi buttati a preparare un esame (Borghezio, purtroppo, è stato finalmente menato solo dopo che io avevo dato quest'esame) mi è capitato per fortuna di mantenere il mio cervello, pericolosamente insidiato dai testi universitari, ben allenato con alcuni libri di ottima fattura:
Ma gli androidi sognano pecore elettriche? il libro che, come ampiamente e fastidiosamente evidenziato in copertina, ha ispirato Blade Runner non è probabilmente il miglior Dick ma alcune trovate geniali escluse dal film di Ridley Scott, come l'amore per gli uomini verso gli animali ormai estinti e il rapporto con conseguenze devastanti tra Deckard e Rachel e sopratutto la scatola empatica che mette in condivisione i sentimenti provati da uomini soli ed alienati, giustificano la lettura di questo cupo romanzo di Dick anche per chi conosce a memoria il film. Peccato per il finale che non mi è parso memorabile...
Diceva Maupassant: "non c'è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto." Se mai dovessi provare a scrivere qualcosa sicuramente sarei un poco originale clone italiano di Raymond Carver: ho divorato i suoi 2 libri Di cosa parliamo quando parliamo d'amore e sopratutto il suo "greatest hits" Da dove sto chiamando. Le sue storie non si dilungano mai oltre le 20 pagine, sono semplici, asciutte ed essenziali. Le descrizioni sono praticamente assenti ed i dialoghi le fanno da padrone, quasi come se stessimo leggendo delle sceneggiature. Raccontano la vita, nella sua semplicità, a volte nel suo squallore; il loro obiettivo non è raccontare una storia per dirti come va a finire, bensì per fartene vivere le sensazioni, come se stessi assistendo ad una scena di vita vissuta nel quotidiano dalla serratura di una porta. E forse è per questo che le sue storie finiscono quando un altro autore le farebbe cominciare, lasciandoti a volte quella sensazione d'amaro in bocca. Vanno subito al nocciolo proprio perchè come diceva Carver "mi piace il senso rapido di un racconto, l'emozione che comincia già nella prima frase". Emozione che dura fino all'ultima parola del racconto dove tu ti chiedi: già finito? E ciò non fa altro che spingerti a cominciarne un'altro, ma non dopo un attimo di riflessione. La riflessione inseguita dallo scrittore americano che chiude la sua prefazione scrivendo: "Se siamo fortunati, finiremo l'ultimo paio di righe di un racconto e ce ne resteremo seduti un momento o due in silenzio. Poi, dopo aver ripreso a respirare regolarmente, ci ricomporremo e passeremo alla nostra prossima occupazione: la vita."