Prima che lo pensiate voi sono io ad ammetterlo: di cinema non ne capisco niente. E non dico ciò per l'imbarazzo a seguito della pioggia di oscar ricevuti, ma per il trionfo tributatogli dalla critica specializzata e non con cui spesso mi trovo d'accordo.
Temo che con questo post perderò molti visitatori, ma io lo devo dire: The million dollar baby è si un film intenso, sofferto e ben recitato ma anche tremendamente retorico e forzato. L'ho detto! Il primo tempo scorre via facile senza quelle particolari emozioni che ne potessero giustificare i trionfi di cui sopra e che arrivano puntualmente nel secondo tempo trasformandolo in un melodramma senza fine. Erano anni che non vedevo un film con la morale così piena di luoghi comuni ed una divisione tra buoni e cattivi così netta e scontata (così come non accadeva nel vero capolavoro del ex cowboy Mystic River): i primi sono eroi senza macchia, mentre i secondi spregevoli esseri obesi, senza cercello nè riconoscenza: Clint Eastwood è l'allenatore di boxe che rifiuta dapprima di allenare quella ragazza cocciuta "perchè sei donna" salvo poi vederci la figlia che da anni non sente nè vede, un uomo tutto d'un pezzo che legge libri in gaelico e mangia torte al limone, ma con uno scheletro nell'armadio che lo costringe a recarsi a sentir messa ogni giorno confrontandosi con un sacerdote riottoso a confrontarsi con i problemi reali della vita di tutti i giorni; Morgan Freeman invece è un personaggio costruito nella classica struttura Hoolywoodiana del nero povero ma infinitamente buono, la cui ridondante ma rassicurante voce fuori campo (ma non si era detto da qualche parte "stop alle voci fuori campo?") ci accompagnerà per tutta la durata della vicenda; Hilary Swank poi, è realmente brava ma, concedetemelo, anche insopportabile: va in palestra ad allenarsi notte e giorno (anche quello del suo compleanno), chiede teneramente il permesso al suo allenatore di chiamarlo "capo", mangia carne avanzata nei piatti dei ricconi, non ha un televisore in casa ma ne regala una ai suoi familiari (così stereotipati e dipinti "a macchietta", con la mamma obesa con la maglietta di disneyland, il cowboy bullo ed ottuso, la figlia carina ma ottusa e l'elegante avvocato cinico ed unto, che mi sembravano presi pari pari da qualche commedia natalizia) che neanche la ringraziano... ma lei non si perde mai d'animo: mai un cedimento o una crisi di nervi neanche nei suoi giorni peggiori!
Un film così forzatamente commovente ed eticamente rassicurante e banale (chi avrebbe avuto il coraggio di biasimare il buon Clint alla fine del film?) non poteva non toccare i cuori facendo presa nell'immaginario collettivo d'oltreoceano, di conseguenza non mi stupisce la caterva di oscar tributatagli negli Stati Uniti dove, anche a seguito di diktat presidenziali del tipo "o con me o contro di me", ormai tutto il mondo è semplificato in bianchi e neri e diviso tra buoni e cattivi. Ciò che mi stupisce è stata invece l'accoglienza tributatagli qui: d'accordo la buona prova degli attori (Hilary Swank su tutti), ma non era lecito aspettarsi una storia più originale? Non si potevano scrivere dialoghi più "umani"? Cosa aggiunge questa pellicola a tanti film sulla boxe visti tanti anni fa (e non mi riferisco ai vari Rocky)?
Sarò banale ma ai supereroi Eastwoodiani preferisco di gran lunga perdenti di Payne. Ed ora giù con gli insulti!!